Una visione gauchesca del «Faust»
Giuseppe Bellini
Potrà sembrare strano a qualcuno, poco informato intorno alia cultura dell'America latina, che in luoghi così appartati, ritenuti lontani dalle maggiori fonti culturali, e in un'epoca tanto remota, sia esistita una presenta del Faust. Ma l'America ispanica, raggiunta l'indipendenza nei primi decenni del secolo XIX, era uno spazio immenso, costellato di centri vivi di cultura. Proprio la Rivoluzione francese, la diffusione degli enciclopedisti, letti clandestinamente anche nelle Università più conservatrici, la conoscenza del Contratto sociale, avevano aperto la via a un rinnovato interesse per la cultura europea. Il Romanticismo avrà quali ispiratori e punti di riferimento Chateaubriand, Saint-Pierre, ma anche autori tedeschi, inglesi e italiani. La lunga tradizione italianista iniziata nei primissimi anni della Colonia, con centri irradianti Messico e Lima, e che conduce a un'intensa fioritura lirica ed epica -si pensi all'«Academia Antártica» limegna, dove il Garcés diffonde col Petrarca i maggiori poeti italiani, al gruppo di lirici che a Messico segue l'italianismo del Cetina, all'Arauco domado di Oña, all'epica di Balbuena, Castellanos, Hojeda, Domínguez Camargo, al Siglo de Oro del citato Balbuena, documenti vigorosi della penetrazione cultúrale italiana-, si avvantaggia nei secolo XVIII dei contatti che stringono con la nostra cultura i gesuiti espulsi. Ma nell'Ottocento è un fiorire di interesse italianista anche nel Río de la Plata: Mitre, presidente della Repubblica argentina, è traduttore della Divina Commedia. In altra area geografica, il Venezuela, Bello traduce buona parte dell'Orlando innamorato del Boiardo, nella versione del Berni. Metastasio, Goldoni, Alfieri sono autori arcinoti in Argentina, Dante e Petrarca hanno seguaci entusiasti nei Perù; Vico e il Beccaria, Foscolo, Leopardi, Manzoni, il Pellico, il De Amicis hanno lettori e imitatori un po' dovunque, anche nelle Antille. Il 20 maggio 1810, nell'acceso clima rivoluzionario di Buenos Aires, la rappresentazione della Roma salvata di Alfieri è la scintilla che dà inizio alla guerra per l'indipendenza1.
Non inferiore, in alcuni casi, era la conscenza in America di altre letterature, specie di quella tedesca del romanticismo, oltre a quella francese. Gran conoscitore di Goethe e di Schiller, che traduce, è il colombiano Guillermo Valencia; il peruviano Manuel González Prada traduce, oltre ai due poeti citati, Ulhand, Von Chamisso, Rückner ed Heine; il salvadoregno Francisco Gavidia tornerà a tradurre, ormai nel secolo XX, liriche di Goethe; un romantico brasiliano, Antonio Gonçalves Dias, trae da Goethe l'epigrafe per la sua Cançao do exilio; il cubano José María de Heredia legge, oltre al Foscolo, Ossian e Byron, Chateaubriand, Lamartine e Hugo; gran conoscitore della letteratura francese e italiana è il messicano José Joaquín Pesado; seguace di Jean-Jacques Barthélemy è il venezolano Juan Vicente González; l'argentino Esteban Echeverría, uno dei proscritti di Rosas, trae grande frutto, a Parigi, dai contatti con le maggiori espressioni del romanticismo francese, Vigny, Musset, Dumas, ma anche dalla frequentazione di scrittori inglesi e tedeschi; nei Cantos del Peregrino José Mármol, pure argentino, rivela letture del Byron del Child Harold's Pilgrimage; Victor Hugo domina invece l'epica di un altro argentino, Olegario Andrade; il cubano Rafael Mendive, maestro di Martí, traduce le Melodie irlandesi del Moore... L'intercambio culturale è, come si vede, proficuo e intenso.
Per quanto attiene
al Faust goethiano la sua presenza si afferma decisiva nel
poema filosófico La Sataniada, in trenta «mortales cantos»,
secondo il giudizio del Menéndez Pelayo2,
opera del portoricano Alejandro de Tapia (1826-1882). Scrive il
critico spagnolo che il poema è senza dubbio «uno de los
abortos más singulares de la manía
épico-simbólica, que tantos desastres produjo
después de la aparición de la segunda parte
del Fausto»
, ma pur degno di essere citato,
malgrado la stravagante concezione e la «prolijidad
ambiciosa e impertinente»
, che lo pone tra
i libri «que nacieron
muertos, sin que haya poder humano que baste a
resuscitarlos»3
.
D'altra parte il Menéndez Pelayo vedeva riuniti nell'opera i
migliori versi del Tapia, ed era colpito dal gigantismo dell'idea
di un poema teológico, cósmico e umanitario,
destinato a contenere «la
última razón de todas las cosas de este mundo y del
otro
, e dall'essere poi il poeta vissuto «con la inocente
ilusión de haberlo realizado»
, il
che «es sin duda, un
caso notable, ya de genio, ya de paciencia, ya de temeridad, ya de
locura»4
.
Alejandro de Tapia
definì il suo poema «Grandiosa epopeya dedicada al
Príncipe de las Tinieblas»
.
La Sataniada
risultò un colossale aborto, nel quale la stravaganza
filosofica si allea alle tendenze di un misticismo acceso, a una
cerebrale megalomanía che sta all'origine stessa
dell'aborto. Benché non siano mancati rivalutatori
volonterosi dell'opera, in un panorama limitato di valori
nazionali. Così Cesáreo Rosa Nieves sostiene che
La Sataniada
-ne apparvero frammenti nel 1862, quindi l'opera completa, a
Madrid, nel 1878- è un poema che da solo riempie un vuoto
profondo nella storia dell'epopea simbolico-filosofica d'America,
opera «de ático
tezón literario y de profundidades
filosóficas»
, che per tesi centrale
ha l'uomo «y su tristeza
frente al dolor de la esperanza»5
.
Il critico portoricano contrappone La Sataniada sia al poema descrittivo di
Juan de Castellanos, Elegías de Varones Ilustres de Indias -alle
quali il terribile Menéndez Pelayo neppure risparmió,
e giustificatamente, il suo sarcasmo definendole «quilométricas»
-,
sia alia Lima
fundada di Pedro di Oña, ma anche al Fausto di Estanislao del
Campo, che definisce «épica
burlesca»6
.
Per il Rosa-Nieves il poema del Tapia «es sencilla y
espectacularmente una epopeya universalista de entresijos
metafísicos, asunto en torno a la intra tragedia del hombre
existencial, un paisaje anímico de un ser
vivo»7
.
Posizioni diametralmente opposte quelle del Menéndez Pelayo e del Rosa-Nieves. Ma il poema è, in realtà, un curioso insieme di figure e di simboli, una sorta di enciclopedia dei personaggi delle lettere e del mondo, muoventisi intorno a Crisófilo Sardanápalo, il protagonista, che per ricchezza e piacere si affida al Demonio, il quale lo introduce nel suo regno, Leprópolis, nella sua città, Diablópolis; Lucifero gli fa sfilare davanti le belle donne della poesia, da Laura a Francesca, a Eva, rappresentazione simbolica dell'amor puro, a Beatrice; una visita di Satana a Faust nel suo studio d'alchimista rivela la trama di una filiazione singolare; il bene lotta contro il male: sfilano i saggi, da Platone a Cervantes, da Newton a Copernico... Nel marasma in cui il bene è quasi definitivamente vinto dalle forze del male, Crisófilo giunge alla conoscenza della futilità dei beni materiali e Beatrice lo guida verso la salvezza, cristianamente pentito, riscattato dal dolore:
Anche qui una
donna salvatrice, certo con una carica religioso-simbólica
che non presentano né Margherita, né doña
Inés nel Tenorio di Zorrilla. Ma la pretesa di coinvolgere
il pensiero universale rende impervio il corso del poema. Del
Faust, poi, non resta che la presenza del motivo: lotta
tra bene e male, nella naturale malvagità dell'uomo. Ma
permane l'atteggiamento problematico del protagonista, e del pari
l'intellettualizzata malignità del demonio. Si direbbe,
comunque, che più che dal Faust goethiano il Tapia
sia stato attratto dalla poesia delle presenze femminili che la
letteratura ha mitizzato, tra esse Eloisa «pálido
lirio, perfumado nardo»
, che «canta y
pinta»
il suo amore per Abelardo, in bella
prosa o versi armoniosi e, «delirante y sola, ama y
espera»
; ma soprattutto la Beatrice
dantesca, con il suo alto significato di simbolo, «trinidad
gloriosa»
dell'anima:
|
Che cosa vi sia di
originalmente «americano»
nella Sataniada del Tapia è trasparente: forse
un'ansia di universalità, null'altro, che coincide con una
ostentazione di cultura, di erudizione.
Con il Fausto di Estanislao del Campo è tutt'altra cosa. Ed è curioso che un ambiente senza dubbio di minor cultura come quello in cui visse il Tapia, i suoi pochi studi -dovette abbandonarli per ragioni economiche e si impiegò-, abbiano dato un testo di tanta pretesa intellettuale. È vero che in seguito a una sfida con un ufficiale di artiglieria Alejandro Tapia dovette andare in esilio: nel 1850 è a Madrid, dove ha modo di fare importanti conoscenze letterarie, impara l'arabo, l'inglese e il francese; nel periodo 1857-62 risiede a La Habana e quando, nello stesso 1862, torna a Portorico, ha al suo attivo varie pubblicazioni, si dedica al magistero e diviene personaggio rilevante anche come riformatore sociale.
Studi regolari aveva invece fatto all'Accademia Porteña l'argentino Estanislao Del Campo (1834-1880), figlio del Capo di Stato Maggiore del generale Lavalle. Nel 1853 egli prende parte alla difesa di Buenos Aires contro le forze di Hilario Lagos e quindi fa una notevole carriera, divenendo deputato, poi ufficiale di alto rango nel Ministero. Partecipò a diverse battaglie, distinguendosi per valore. Amante della poesia divenne intimo di Ascasubi, coltivò il genere colto e quello gauchesco. Nel 1870 pubblicò tutte le sue Poesías, con prologo di José Mármol, l'autore di Amalia. Del Fausto, la più nota delle sue opere, si fecero oltre cento edizioni, ed è ancor oggi il suo lavoro più apprezzato, quello che, pur presentando legami stretti col Faust di Goethe attraverso la mediazione del Faust di Charles Gounod, afferma più dirette connessioni con la tradizione popolare americana e ispanica, soprattutto per la concezione del demoniaco. Vale a dire, il Fausto reca una nota chiaramente «indigena»; né poteva essere altrimenti, dato il punto d'avvio: rendere la mentalità popolare gauchesca, per la quale il Del Campo ricorreva, con straordinaria perizia, a un'espressione che si affermava con carattere di autentica credibilità.
L'occasionalità dell'impresa è ben nota. O almeno, il
poeta Ricardo Gutiérrez, intimo di Estanislao Del Campo,
l'ha dichiarata: il 24 agosto 1866 al Teatro Colón di Buenos
Aires andava in scena il dramma lirico in cinque atti di Gounod,
Fausto, nella
traduzione italiana di Aquiles de Laugières del libretto di
Paul Barbier e Michel Carré; il Gutiérrez
provocó -non sappiamo in quale momento- il Del Campo a
scrivere le sue impressioni intorno allo spettacolo, in stile
«criollo»
, e il
29 agosto il poeta presentava agli amici -oltre al
Gutiérrez, Juan Carlos Gómez e Carlos Guido Spano-,
il poema, che il 30 dello stesso mese apparve sul «Correo del
Domingo», quindi il 3 e 4 ottobre su
«La Tribuna», con
diverse modifiche. L'edizione definitiva del Fausto è dell'8
novembre 1866, «en folleto,
para ser vendida en favor de los hospitales militares, ya que el
país se encontraba entonces en guerra con el
Paraguay»8
.
Il Fausto è quindi un'opera composta con carattere di improvvisazione, o almeno sembrerebbe. In realtà non si ha torto di credere che la gestazione non sia stata così rapida, ma sia da far risalire a tempi anteriori, precedenti la rappresentazione del Faust di Gounod, tanto più, si nota9, che l'idea di far raccontare da un gaucho quanto ha visto in cittá risale a Bartolomé Hidalgo, ossia alia sua Relación que hace el gaucho Ramón Contreras a Jacinto Chano de todo lo que vio en las Fiestas de Mayas de Buenos Aires, en el año 1822. Ma anche Del Campo, nel 1857, aveva preséntate nella Carta de Anastasio el Pollo sobre el beneficio de la Señora La Gruya un gaucho che raccontava le sue impressioni dopo una rappresentazione al Teatro Colón. Prefigurazione del Fausto, secondo il Battistessa10.
La discussione non
avrebbe interesse se non significasse una conoscenza remota del
Faust, goethiano e no, da parte di Estanislao Del Campo.
«La Nación
Argentina» pubblicava, comunque, tra il 21 e il
24 agosto, la traduzione spagnola del Fausto di Gounod che, rappresentato a Parigi
nel 1859, aveva avuto poi successo strepitoso ovunque, soprattutto
in ambito popolare. Non tanto occasionale, quindi, la stesura del
Fausto da parte di Del Campo, e certamente anteriore alia
sua presenza all'«estreno»
del
Teatro Colón.
Dedicato a Ricardo
Gutiérrez, il poema consta di sei parti. Come è
caratteristica del poema gauchesco, e della letteratura argentina,
lo schema esterno è quello del viaggio. Un mondo in continuo
movimento, per essenza nómade, che vede rari momenti di
sosta, per riprendere vigore. Così, nella prima parte
l'incontro tra Laguna e Anastasio el Pollo, il narratore, che ha
assistito alla rappresentazione del portento, il Fausto, avviene improvviso,
mentre su «un overo rosao /
flete nuevo y parejito, / caía al bajo, al trotecito / y
lindamente sentao»
, proprio il «paisano»
Laguna. Il personaggio giunge al fiume, toglie la sella al cavallo
e si dispone a una siesta, quando un nitrito lo avverte della
presenza di un altro personaggio: El Pollo, precisamente.
L'amicizia si manifesta tra i due nell'abbraccio, quindi, sistemati
i cavalli, che pure danno segni di amicizia, i due gauchos s'informano
vicendevolmente del motivo della loro presenza in luogo, discorrono
intorno alla difficoltà dei tempi, dovuta alla guerra
-Argentina, Brasile e Uruguay si erano alleati contro il Paraguay
di Francisco Solano López; il conflitto durò dal 1865
al 1869-, alia povertà crescente, e tra i due personaggi
è ora una gara per affermare il maggior grado di indigenza;
senonché El Pollo
nota la bellezza dei finimenti del cavallo di Laguna, ma questo
dichiara di averli vinti a un giocatore «que vino a
echarla de güeno»
, il quale, per la
fortuna dell'avversario, fu indotto a pensare che vi fosse «brujería»
,
un patto col demonio. È a questo punto che El
Pollo interviene turbato, dicendo all'amico con
accento drammatico:
|
La reazione
è un «-¡Jesucristo!...»
e un segno di croce, che il compare approva: «-Hace bien,
santigüese»
.
Ma con sapienza il
racconto è rimandato, mentre la curiosità di don
Laguna cresce: si cerca da bere, si sistemano meglio i cavalli,
perché il racconto, dice El
Pollo, «puede
ser más largo»
; intervengono i riti
delle vicendevoli bevute di «ginebra»
.
È una nuova immetsione nella vita rurale gauchesca, nel
paesaggio, dove esseri umani, anirriali e vegetazione hanno la
stessa importanza.
Nella seconda
parte dell'opera ha inizio il racconto della vicenda cui al Teatro
Colón, «aura cuatro
o cinco noches»
El
Pollo assistette. Ma prima il narratore s'intrattiene
a descrivere la moltitudine di gente che vuole entrare in teatro:
spinte, pestoni, donne che svengono, perdita di cose personali.
Finalmente, saliti «ciento
y un escalón»
, l'arrivo e la
sistemazione in loggione, l'improvviso suono dell'orchestra, lo
scorrere del sipario e la comparsa di un «dotor»
che,
«asigún
oí decir yo, / era un tal Fausto,
mentao»
.
L'assoluta
incoltura di don Laguna e la sua totale adesione ai fatti correnti
della vita creola dà origine, qui, a un piacevole intervento
equivoco: non appena udito che si tratta di un «dotor»
, Laguna
corregge che deve invece trattarsi di un «coronel / de la
otra banda,...»
, l'Uruguay, un «criollazo»
sotto il quale ha servito. Lo corregge El
Pollo, informándolo che quel tale è
morto e che si tratta, qui, di un altro Fausto:
|
La frequenza delle interruzioni di don Laguna, mentre prolunga la suspense, permette di entrare nella mentalità contadina. El Pollo ribatte con sicurezza e raddrizza le situazioni. Non di rado egli sembra restio a continuare il racconto, ma nel suo intervento, che segue, almeno nelle linee generali, il libretto del Fausto di Gounod, prende corpo una vera e propria rappresentazione drammatica nella quale, pur essendo gli stessi i personaggi, in realtà sono fondamentalmente diversi, perché visti attraverso un'altra ottica, quella della fantasia popolare.
Così della
scena I, dove nel dramma lirico è presentato il gabinetto di
Fausto, di notte, e questo è solo, di fronte a un tavolo
colmo di libri, con uno di essi aperto e la lampada sul punto di
spegnersi, infine monologante sull'incapacità dello studio a
penetrare i segreti della natura, sfiduciato circa la
capacità dell'anima a dominare «esta importante
masa»
, e, in vista del prossimo apparire
del giorno, determinato a uccidersi col veleno, ma trattenuto
d'improvviso da un coro di giovani d'ambo i sessi, e infine deciso
a rivolgersi a Satana -«Ven a
mí Satanás... A mí»-
,
nulla rimane nel Fausto di Del Campo.
La
mentalità popolare non è colpita dal dramma
intellettuale, filosofico, ma dalla forza di un sentimento non
corrisposto, l'amore, dalla bellezza di una donna, Margarita,
dall'aspetto infernale del diavolo e dalla sua astuzia. Il patto
con il diavolo viene così parodiato, e ciò, secondo
il giudizio di Jorge Luis Borges, «retrotraía el drama, muy por
encima del poema de Goethe, hasta sus orígenes populares y
medievales»11
.
Gli toglie, cioè, l'intellettualizzazione goethiana -passata
a Gounod- e riporta l'opera nelle ombre suggestive della concezione
popolare del maligno. Né si dimentichi la tradizione
«diablera»
,
diciamo così, del mondo americano, che prende piede durante
la conquista e l'evangelizzazione dell'America. Le insidie di un
demonio «mañoso»
,
mefistofelico, sono continuamente denunciate dai frati nella loro
opera di cristianizzazione; taluni giungono a identificare il
demonio con l'altro, l'indigeno, e del resto, lo stesso
frate Bernardino de Sahagún, così benemerito studioso
e diffusore della cultura náhuatl, di fronte all'astrusità
della poesia di quest'area pensò dapprima all'opera del
demonio, che in tali canti avrebbe fatto «un bosque o
arcabuco, lleno de muy espesas breñas, para hacer sus
negocios desde él y para esconderse en él, para no
ser hallado, como hacen las bestias fieras y las muy
ponzoñosas serpientes
[...]»12
.
Ci voleva il padre Diego Durán per chiarire il mistero
dell'apparente oscurità demoniaca13.
Comunque sia, dai tempi della Colonia il maligno penetra la
sensibilità americana, fondendosi con le inquietanti
presenze dell'animismo indigeno, da nessuno rese con pari
suggestiva efficacia come da Miguel Ángel Asturias nelle
Leyendas de
Guatemala14.
Nel Fausto di Estanislao del
Campo è presentato il protagonista, disperato e furioso
perché non riesce a venire a capo di una «rubia»
, che ama
non riamato, nonostante
|
quindi, stufo e
arcistufo di soffrire, deciso a farla finita col veleno, «porque eso no era
vivir»
, dà in escandescenze,
bestemmia, sbatte in terra il cappello, infine chiama in suo
soccorso il diavolo.
La scena ha
un'indubbia efficacia a livello popolare, poiché ricorda
atteggiamenti e gesti correnti nel mondo rurale. Come efficace
è l'istintivo segno di croce che si fa Laguna di fronte alla
menzione del demonio, al «sustazo»
della
sua comparsa, evocata con drammaticità dal narratore:
|
Inutile
diré che la figura del diavolo è quella della
tradizione, contaminata da certi dettagli dell'indumentaria del
tempo passato e del presente: «... Uñas de gato, /
flacón, un sable largóte, / gorro con pluma, capote,
/ y una barba de chivato. // Medias hasta la verija, / con cada ojo
come un charco / y cada ceja era un arco / para correr la
sortija»
.
Dove è
finito il «guapo
caballero»
del libretto di Gounod, il suo
controlla to discorrere? Nel Fausto di Del Campo tutto diviene popolare e si
mantiene armonioso il tono generale che l'autore si è
proposto; un tono rustico, al quale danno nota efficace la serie di
reazioni e commenti di don Laguna, le risposte di El
Pollo. Per questo, con molta esattezza il Borges ha
scritto che nell'opera l'essenziale è il dialogo e in esso
la «clara
amistad»
che si afferma tra i due
personaggi15.
Ed è proprio in questi interventi che l'opera di Estanislao
del Campo diviene viva, al disopra della scoperta finzione.
Di fronte al
Fausto dell'opera lirica di Gounod, che al demonio chiede
gioventù e piacere, non gloria né ricchezza, sta nel
poema dell'argentino un Fausto che rifiuta anch'egli potere e
ricchezza, sì, ma riduce la sua richiesta all'amore di colei
che non lo corrisponde. Si introduce così il personaggio
della donna desiderata. Il diavolo batte il piede in terra, dopo
una «risa tan
fiera»
che per tutta la notte
risuonerà nell'orecchio dello spettatore del Colón;
ed è la visione, che El Pollo
Alustra, entusiasmandosi ancora visibilmente:
|
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
Le comparazioni
ribadiscono il clima rurale. La bellezza femminile risponde a
canoni romantico-popolari, alla «imaginería»
religiosa corrente nei riguardi della Vergine, e si afferma un
concetto di purezza, d'intoccabilità. L'entusiasmo del
descrittore valorizza il particolare: la donna, infatti,
è
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||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
Nel libretto dell'opera di Gounod la bellezza di Margherita, intenta a filare vicino al mulino, è lasciata alla realtá materiale dell'attrice che la impersona, naturalmente.
Quando, nell'opera
di Del Campo, Fausto vede la fanciulla meravigliosa, si lancia
verso di lei, «Ya
enderezó como un loco»
; ma il
diavolo lo trattiene: è il momento del patto, la vendita
dell'anima. Ciò che stupisce Laguna, poiché Fausto
è un «dotor»
:
«-¡Dotor y
hacer ese trato!»
Risponde El
Pollo: «-¿Qué quiere hacerle,
cuñao, / si se topó ese abogao / con la horma de su
zapato?»
.
La seconda parte
conclude, nel Fausto, col ringiovanimento del protagonista, che
diviene un «donoso
mocetón»
, e la scomparsa della
splendida visione femminile, a comando del demonio.
Il narratore, pago dello stupore suscitato nel suo ascoltatore, chiede il rituale sorso, subito accontentato.
La terza parte
dell'opera inizia con la contemplazione dei due cavalli che, come
fratelli, bevono insieme l'acqua del fiume. È il Río
de la Plata e El Pollo
si lascia andaré a una interpretazione lírica della
bellezza marina, dalla quale lo strappa l'impaziente don Laguna,
desideroso di udire il seguito del racconto. La narrazione
riprende, quindi, in relazione alla scena II del secondo atto
dell'opera lírica, con la comparsa del fratello di
Margherita, Valentino, che si accinge a partiré e affida a
Siebel, nel Fausto gauchesco don Silverio, la sorella. Il tono
del poema si mantiene su un costante umorismo e sull'equivoco.
El Pollo racconta che
Valentín trattava di «hacerlo
cuñao»
, ma a lui il giovane non
aveva fatto buona impressione: «... me pareció medio ido / o
sonso cuando lo vi»
. Anche Laguna è
impressionato negativamente e lo manifesta. Per entrambi Silverio
non si presenta come un giovanotto particolarmente sveglio, se
Valentín gli affida tranquillamente la sorella a lui
fidanzata:
|
Il sottile gioco erotico introdotto dal passo citato ravviva il racconto; la donna angelicata riacquista anch'essa, indirettamente, concreta umanità.
Nella parte che
stiamo esaminando il testo di Del Campo, fatta eccezione per il
tono, quasi in nulla si discosta da quello dell'opera di Gounod. Il
poeta gauchesco fa una sorta di rapido riassunto, assai vivace,
delle scene II, III, IV dell'atto II: nuova comparsa del demonio,
brindisi con Valentín e amici, lettura della mano e
predizione del destino di morte, contesa con le armi, impotenza del
demonio di fronte alla croce, arrivo di Fausto, danza delle
fanciulle e degli studenti, fallimento dei tentativi di Fausto
perché Margherita balli con lui. Nel racconto di Anastasio
El Pollo si fa largo un concetto
radicato della debolezza femminile, che il diavolo ribadisce,
affermando «que a otras
mil veces mejores, / las he visto
cabestriar»
. E ancora si registra
un'insistenza di fondo popolare circa gli effetti della croce sul
maligno, quando il «Capitán»
presenta al diavolo l'impugnatura della sua spada, a forma di croce
appunto:
|
La scena termina con un bailo generale, sul quale cala nuovamente il sipario. Ora il narratore vuol fumare e don Lagunda è pronto a servirlo.
La quarta parte
del Fausto si
apre su un premuroso offrire «ginebra»
da
parte di Laguna e di «chicolo»
e
«salchichón»
da parte di El Pollo.
La prospettiva di un ristoro nella «fonda de un
gringo»
non è presa in
considerazione da don Lagunda, che esige la fine del racconto. Il
narratore riprende quindi immediatamente, raccontando come
nell'opera del Colón il sipario si alzi di nuovo: è
la visione della «quinta»
meravigliosa, un giardino di splendidi fiori, dove vive quella che
il narratore continua popolarmente a chiamare «la
rubia»
. Verrà poi il collegamento al
libretto dell'opera di Gounod, scena II dell'atto III, fino alla
fine di questo.
Di particolare
rilievo è la lunga descrizione dello straordinario giardino,
nella quale sul modello romantico si affermano i moduli
rinascimentali, il riferimento ai lontani modelli dei poemi
cavallereschi italiani, pur sull'attualizzazione contemporanea
attraverso la menzione di luoghi e di personaggi reali dell'epoca,
come la «quinta de don
Lezama»
, oggi «Parque
Lezama»
, a Buenos Aires:
|
Il concetto
romántico dell'amore sventurato perché non
corrisposto, trova qui trattazione profonda. Lo contrasta il crudo
realismo di don Laguna, legato al detto «si te vi, no me
acuerdo»
. El
Pollo ribatte che questo suo atteggiamento si deve al
fatto che il compare non è mai stato veramente innamorato, e
svolge liberamente il tema dell'amore infelice ed eterno, al quale
è preferibile la morte:
|
El
Pollo si entusiasma, si lascia trascinare dal tema e
si immedesima, prospettando allo scettico don Laguna
l'infelicità dell'amante non corrisposto, di fronte
soprattutto alla presenza dell'amata. Al culmine dell'emozione,
l'amico lo riconduce bruscamente alla realtà, per ottenere
la continuazione del racconto. E il narratore si scusa: «-¡Qué quiere! Es un
sentimento...»
. L'improvvisa nota
umoristica del passo non distrugge la bellezza, l'emozione del
lungo intervento.
Il racconto riprende con la ricomparsa di Silverio che reca un mazzo di fiori. Il personaggio è sottolineato nella nota negativa, preannuncio giá della sconfitta:
|
Nel poema di Del
Campo si insiste sulla «sonsera»
del
personaggio, mettendo in rilievo che il mazzo di fiori da offrire
all'amata egli lo compone con quanto trova nel giardino della
donna. Si indigna immediatamente don Laguna, al quale il
personaggio è già antipático:
|
Ma c'è di più: deposto il mazzo di fiori alla porta di casa, don Silverio se ne va. Don Laguna sbotta:
|
È questo il
momento in cui il diavolo depone un «baulito»
di
gioielli vicino al mazzo di fiori «del abombao»
.
Il tema della facile conquista femminile attraverso regali di gioie
ricompare, quale segno radicato della sfiducia popolare nella
virtù femminile. Sul piano di un accentuato popolarismo
è trascinata l'incantevole «rubia»
che,
uscita in giardino, nella versione di El
Pollo si mette, seduta su una panchina, a rammendare
calze, ma solo per cinque minuti, per cucire, a suo parere, un solo
punto; quindi si dedica a ripulire un rosaio, distrutto dalle
formiche; infine si accorge dei fiori e del bauletto, o scrigno, e
súbito, trascurando i primi, «enderezó a
la cajita»
, e apertala apprezza i gioielli,
se li mette e «...
apareció / más platiada que la
luna»
. Il Demonio non aveva mancato di
mettere nel bauletto uno specchio, ma mentre la bionda si osserva
sopravviene la vecchia governante a indagare bruscamente
sull'origine delle gioie. La tradizione ispanica si riaffaccia,
qui, in tutta l'efficacia della sátira contro la «dueña»
,
guardavirtù di fanciulle, pur nella brevità del
passo. Ed è in questo punto che, nel colmo del dramma che
sta per precipitare, ricompaiono Satana e Fausto, presentati con
efficace aggancio alle forme di cortesia popolari:
|
In questo passo il
Demonio assume le funzioni tradizionali del «gracioso»
nel
teatro spagnolo del «Siglo
de Oro»
, che per favorire gli amori del
padrone finisce per corteggiare la governante-guardiana, per brutta
che sia. Sono tali le sue arti che, mentre «el dotorcito a la
oreja / de la rubia se pegó»
, riesce
a ottenere dalla vecchia «que le mostrase un
chancho»
. Nel frattempo la «rubiecita»
si
ammansisce:
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Tuttavia, furba, non cede al giovane, si rifugia in casa -mentre il diavolo torna senza la vecchia- e passa il resto della notte alia finestra.
Il narratore descrive ora la fine della notte, l'avvento del giorno, il riprendere della vita nei campi. È un altro dei brani di maggior lirismo intercalati al racconto. In esso la raffinatezza delle descrizioni naturali proprie del romanticismo americano nulla ha di superiore alia schietta poesia di questi versi gaucheschi, aperti al profumo dei campi, a quel clima suggestivo che nella pampa interpreterà, in epoca successiva, lo stesso Borges:
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La quarta parte
del Fausto di
Del Campo conclude con l'incitamento del diavolo al «dotor»
perché approfitti dell'occasione e Fausto corre ad
abbracciare la donna, ricambiato. Cala il sipario di nuovo. Il
narratore chiede il fiasco, dove la provvista è ormai finita
quasi del tutto. Di fronte al testo del libretto d'opera manca nel
poema gauchesco il passo in cui Margherita, affacciata alia
finestra, manifesta il suo trasporto d'amore, ma certo la
descrizione dell'alba nel poema argentino rappresenta il brano
lirico corrispondente. E tuttavia il costante silenzio di
Margherita indica nel Fausto quale scarsa importanza come essere attivo
avesse la donna nella società maschilista del tempo, dove
essa era un puro oggetto, di venerazione o di desiderio.
Nella quinta parte del poema gauchesco l'avvio del racconto è immediato. La scarsità delle bevande rende più rapida la ripresa, ma tale la rende anche l'urgenza di giungere al termine della narrazione. La corrispondenza qui è con la scena I del IV atto del libretto dell'opera, dove Margherita lamenta la propria situazione di peccatrice per tenerezza e amore. Nella scena III Mefistofele invita la donna a considerare il suo peccato e l'inevitabile condanna: l'invocazione a Dio è soffocata dalla voce del demonio che dichiara la donna condannata; condanna che ribadisce nella scena III del V atto alia poveretta incarcerata, ma che la voce del coro angélico annulla, proclamando il perdono divino. Si aprono allora le mura della prigione -come indica la didascalia- e l'anima di Margherita sale al cielo. Disperato Fausto la segue con gli occhi e cade in ginocchio, in preghiera, mentre Mefistofele è abbattuto dalla spada di fuoco dell'Arcangelo.
Nel Fausto di Del Campo la
quinta parte si apre con la stessa scena di Margarita «deshecha y
lagrimiando»
. Il narratore protesta la
propria partecipazione al suo dramma e nell'affermare della donna
la condizione desolata riesce a strappare una lacrima anche al duro
don Laguna.
In questi versi
del poema gauchesco è consegnato il codice dell'onore
contadino, nella difesa della donna oltraggiata, e al tempo stesso
il dramma della sua situazione disperata, se priva della protezione
di una famiglia. Della bellezza di Margarita non rimane traccia:
«era un clavel
marchitao, / una rosa deshojada»
. Ma il
diavolo e Fausto ancora la perseguitano. Il tema dell'abile
«guitarrero»
,
che tale rende il demonio, è introdotto quasi preludio alla
descrizione, del più puro romanticismo, dell'avanzare della
notte, in una atmosfera di compiuta tristezza, che accentua il
suono della campana:
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Né mancano al paesaggio la luna, che si contempla nell'acqua, gli uccelli, che si raccolgono nel loro nido, la civetta, che tratto tratto lancia il suo grido inquietante.
Il paesaggio notturno, l'insistenza sulla desolazione della donna che implora perdono e chiede aiuto a Dio, l'abile suono della chitarra, il canto avvincente dell'innamorato colpevole, danno al Fausto argentino toni originalissimi nell'ambito della poesia romantica e introducono, acuto contrasto, il clima sanguinario, quello in cui il fratello di Margarita è ucciso da Fausto per intervento diabolico, distruzione definitiva anche della misera donna.
Sul crudo dramma
scende nuovamente il sipario. Il narratore confessa il suo
sollievo. Il sorso che ora gli offre premuroso don Laguna è
per riprendersi dall'emozione e dall'orrore. Ma la sesta e ultima
parte del poema è quasi esclusivamente centrata sulla
contemplazione del triste destino di Margarita. È qui dove
Estanislao Del Campo torna al «motivo del
fiore»
, da lui svolto anche in precedenti
composizioni, ricollegandosi alla tradizione poetica ispanica e
americana, a Góngora, a Quevedo, a Sor Juana Inés de
la Cruz... La simbologia è trasparente: la donna è
come il fiore, cresce nella bellezza e non pensa al suo destino di
morte. Scrive Del Campo:
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La tenerezza
affina le immagini, ma il lugubre finisce per imporsi. Il racconto
di El Pollo si carica di toni cupi:
la prigione di Margarita per infanticidio, la sua pazzia quieta, la
nuova presenza del demonio e di Fausto, la morte e l'ascesa al
cielo dell'anima della donna, il pentimento del tentatore, lo
sprofondare del diavolo di fronte alla spada di San Michele... Il
racconto termina alfine. Don Laguna chiede in prestito all'amico un
fazzoletto per asciugarsi il sudore e manifesta la sua ammirazione
per la «firmeza»
di
El Pollo «al ver esas
brujerías»
, e questo confessa:
«He andao cuatro o
cinco días / atacao de la cabeza»
. I
due amici riprendono insieme il viaggio e alia prima «fonda»
Don
Laguna offre il pranzo al narratore, grato per l'eccezionale
racconto.
Nel Fausto
l'originalità creativa di Estanislao Del Campo si afferma
pienamente. La sua penetrazione della mentalità e della
sensibilità popolari è perfetta. Il racconto non
presenta smagliature, è una fusione riuscita e abilissima di
elementi colti e di elementi popolari -con netta prevalenza,
s'intende, degli ultimi-, di umorismo che chiameremo, con
terminologia di García Márquez, «impertérrito»
,
di drammaticità e di lirismo. La vivacità del
racconto anima un mondo in cui i personaggi si muovono con
autonomia piena dai modelli, per il singolare punto di vista del
narratore, efficace interprete della sensibilità populare.
Pur seguendo sostanzialmente il libretto dell'opera di Gounod, e
attraverso questo il Faust goethiano, Estanislao Del Campo
crea nel suo poema qualche cosa di umananamente più
immediato, riportando la vicenda sul piano di una schietta
realtà-irrealtà paesana, costruendo un dramma
essenzialmente d'amore infelice. Il miracolo della letteratura si
ripete ancora una volta, dando luogo a un'opera inconfondibile, che
conserva intatta la sua freschezza attraverso il tempo. Borges ha
scritto che il Fausto non appartiene alla realtà
argentina, ma «como el
tango, como el truco, como Irigoyen, a la mitología
argentina»16
.
Ciò si deve alla schiettezza del dialogo, «rústico y
humano»
come ha rilevato il
Tiscornia17,
alla naturalezza dei due «paisanos»
. Noi
diremo che del Faust se poco rimane nell'opera di Del
Campo, è una fortuna, poiché tutto diviene creazione
originale della sensibilità americana.