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I pittori della realtà in Lombardia

Rinaldo Froldi



A Palazzo Reale di Milano, ritrattisti e pittori lombardi di genere, dal '500 al '700, in una rassegna che documenta un'arte il cui valore scarsamente conosciuto va però oltre la provincia.





Nella stessa sede delle fortunate rassegne del Caravaggio e di Vincent Van Gogh degli ultimi due anni, l'Ente Manifestazioni Milanesi ha quest'anno allestito la Mostra dei Pittori della Realtà in Lombardia.

La formula, sin dal suo primo apparire, non ha trovato tutti consenzienti, anzi possiamo dire che ha trovato aspri oppositori ed ha dato origine ad interminabili discussioni che, come sempre avviene, hanno finito col portare lontano, attraverso inutili sottigliezze critiche, dall'intenzione degli ordinatori. Primo di questi è Roberto Longhi al quale non solo è da attribuirgli il diligente lavoro di scelta e coordinamento, ma l'idea stessa della mostra e il non celato proposito di suscitare interesse attorno ad uno scarsamente conosciuto periodo della nostra storia dell'arte, interpretato comunemente in limiti di provincia dai quali invece il Longhi sostiene debba essere tolto.

Noi non staremo a sottilizzare sulla formula con cui la Mostra viene presentata e nemmeno ci sforzaremo di scoprire i più o meno reconditi scopi polemici del Longhi ma ci accontenteremo di precisare ciò che di positivo ci sembra dalla Rassegna si possa ricavare.

Innanzitutto ci pare di comprendere benissimo ciò che ha voluto dire il Longhi con la definizione di pittori della verità: ha voluto presentare quella corrente realista dell'arte che nel '600 e '700 s'oppone alla maniera e all'accademia, corrente che non è esclusiva della Lombardia ma che nella Lombardia particolarmente fiorisce e s'attacca ad una tradizione che muove già dal '500.

Del resto non è forse bergamasco il Caravaggio considerato come il grande rappresentante italiano ed europeo del '600 anti-idealista ed anti-retorico? In un tempo in cui l'arte procede per due opposti cammini, quello aulico-edonistico e quello popolare-verista a rappresentare le diverse aspirazioni di due distinte categorie, l'una sempre più vana e meschina destinata alla fine del '700 ad infelicemente scomparire, e l'altra sempre più attiva, feconda e operosa, destinata ad improntare di sè la storia moderna, la pittura realista che rappresenta le aspirazioni di questa seconda categoria, è parente stretta della letteratura scientifica del '600 e di quella che, più avanti, nel '700, preparerà il nostro rinnovamento culturale. L'accademismo imperante in Italia per secoli, ignorò tanta di quest'arte (Caravaggio stesso insegna): oggi si tende a rivalutarla. Può darsi che si ecceda un poco (e forse eccede lo stesso Longhi, divenuto il solenne imperator della patria critica d'arte) ma non per questo l'iniziativa perde i suoi giusti valori.

La rassegna di Milano prende le mosse da poche note tele del Moretto e del Savoldo: i grandi bresciani del '500 che, educati alla scuola veneta, seppero mantenersi originali accettando il colore di quella fino a dove lo permettevano le esigenze del loro spirito nitido e raccolto, preoccupato di una sommessa adesione al reale come provano la semplice Cena in casa di Simone del Moretto ed il preciso, luministicamente intenso, Flautista del Savoldo.

I due bresciani con il Lotto furono i maestri di quel Giov. Battista Moroni che è certo la figura più nota su cui faccia perno la Mostra. Ben tre sale (una trentina di quadri) sono a lui dedicate. Il Moroni è soprattutto un ritrattista: la sua derivazione veneta è chiara ma la sua originalità balza evidente nel rigoroso senso del limite, nei mezzi pittorici usati con lodevole parsimonia, in una tesa preoccupazione della verità rappresentativa che non è solo oggettivismo ma è soprattutto penetrazione psicologica, senso rinascimentale dell'uomo, spoglio tuttavia di sovrastrutture idealistiche per amore profondo del vero.

Dopo il Moroni, Giovanni Paolo Cavagna, un altro bergamasco (1556-1627) discepolo dei veneti ma già, all'inizio del '600, orientato verso una ritrattistica di stampo moroniano. Il Cavagna è scarsamente documentato alla Mostra: notevole invece la rassegna di Carlo Ceresa (1609-1679) poco noto per precedenti esposizioni, che qui è rappresentato da una decina di quadri, precisi, preoccupati del particolare secondo il gusto fiamingo.

Un'altra decina di quadri rappresentano Evaristo Baschenis (1617-77)) il secondo noto protagonista della Rassegna, sinonimo quasi del pittore di nature morte d'istrumenti musicali. Anche qui tranne un sorprendente Bambino con la cestina di dolciumi che ricorda certo primo Caravaggio, tutti i quadri sono di strumenti musicali, compreso l'autoritratto ove il Baschenis s'è effigiato alla spinetta con accanto il Conte Agliardi che suona il liuto.

Si sa che il Baschenis si formò a Cremona presso Vincenzo Campi (a proposito, perchè non presentare nella prima sala qualche opera di questo pittore cremonese del '500 che indubbiamente con i suoi fiori e le sue frutta, le sue pescivendole e fruttivendole ed altri quadri di genere è da considerarsi un precursore del naturalismo del '600?) e che ben presto ritiratosi, sacerdote, nella nativa Bergamo, si dedicò esclusivamente alle preferite composizioni di musicali strumenti.

Come spiegheremo questa sua predilezione? Questo suo apparentemente monotono, ossessivo interesse? Al di là del virtuosismo per la ricerca dell'effetto sorprendente ed illusivo, le sue opere sono indubbiamente poetiche: la sua è una ricerca di ordine, di equibrio, di misura. Forse negli strumenti musicali, nelle loro forme che sembrano esprime l'essenza stessa dell'armonia, il Baschenis, in luce sottesa penetrante, trovò la possibilità di fissare la sua astrazione ideale senza per altro abbandonare il realismo cui era stato educato.

Fra' Vittore Ghislandi detto Fra' Galgario (1655-1743) è il terzo grande pittore della Rassegna, presente con una serie notevolissima (fors'anche eccessiva) di ritratti: una cinquantina.

Pittura che non disdegna, con il colorismo veneto, gli apporti fiamminghi ma che piace là dove tenta l'approfon-dimento (Ritratto di Fr. Maria Brutino) o dove interpreta figure di giovanetti con libera e sorridente semplicità (non senza echi caravaggeschi) e assai meno piace là dove si abbandona con matura capacità a uno sfoggio del colore che giunge fino agli effetti della lacca e ad un virtuosismo settecentescamente compiaciuto d'eleganze graziose. (Ma forse qualche tono troppo acceso è opera più dei restauratori che di Fra' Galgario).

Dal ritratto alla pittura di genere: ecco Antonio Cifrondi di Clusone che al principio del '700 si compiace di una aneddotica minore e Giacomo Ceruti, forse bresciano, operante probabilmente fra il 1720 ed il '50, curioso pittore poco noto e la cui parziale riabilitazione risale al 1922 quando a Firenze alla Mostra del '600 e '700 fu esposto la sua Lavandaia. Questo dipinto è presente a Milano ma altri ci sono apparsi artisticamente più importanti come la Giovinetta con ventaglio e la meravigliosa Vecchia contadina.

Il Ceruti è forse l'autore più interessante di questa Rassegna. Ai suoi tempi lo chiamarono il «Pitocchetto» perchè abituato a dipingere figure di poveri pitocchi e scene di vita umile e picaresca.

Da questo mondo apparentemente meschino emerge tuttavia una personalità notevolissima per intensità e rigore di visione impegnata.

Nel complesso la Mostra piace e piacerà certamente al pubblico: dobbiamo essere grati al Longhi ed agli organizzatori milanesi per questa esposizione che permette di gettare uno sguardo non superficiale sopra un capitolo poco noto della nostra storia dell'arte e precisare così meglio un aspetto di quei secoli, Seicento e Settecento, che non furono solo Barocco ed Arcadia.



imagen del texto original.

«Gazzetta Padana», núm. 91 (16 aprile 1953)





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