Chiusura di stagione nella città lagunare
Rinaldo Froldi
La mostra del Lotto è stato il maggiore avvenimento artistico veneziano di quest'anno dopo lo scialbo festival cinematografico e quello mediocre di musica contemporanea
È tradizione ormai salda che, accanto alle annuali rassegne cinematografiche e di musica contemporanea, Venezia ci presenti una rassegna d'arte figurativa: alternativamente la Biennale d'arte moderna e una mostra della grande pittura veneta del passato. Prima della guerra potemmo così ammirare il Tiziano ('35), il Tintoretto ('37) ed il Veronese ('39); dopo la guerra il Giambellino ('49) ed il Tiepolo ('51).
Quest'anno è stata la volta di Lorenzo Lotto di cui a Palazzo Ducale è stato esposto circa un centinaio di opere. La mostra ha avuto brillante successo.
Il grande pubblico, per il quale il Lotto era pressochè uno sconosciuto s'è accostato a questo pittore dapprima con una certa timidezza, quasi con sospetto, poi sempre più convinto, alla fine con entusiasmo. La critica ha trovato modo di studiare più profondamente un autore del quale era in corso da soli alcuni decenni la rivalutazione ed è giunta a delle precisazioni e conclusioni decisive: basterà ricordare gli ottimi, recentissimi libri della Banti-Longhi (con la collaborazione del Boschetto), del Coletti, del Pignatti, del Pallucchini e lo splendido catalogo della mostra, curato da Pietro Zampetti, un vero modello del genere. Quanto mai interessante sarà poi per gli studiosi conoscere la nuova posizione del Berenson (il primo grande critico del Lotto) di cui la Casa editrice Electa di Firenze ha annunciato per i primi mesi del '54 la rielaborazione del saggio che uscì per la prima volta a Londra nel 1895.
Poco considerato dai contemporanei, ignorato o quasi per tre secoli, relegato in un piccolo ambito provinciale, il Lotto ha avuto una fortuna simile a quella del Caravaggio, cioè come lui è risorto con la critica moderna. Oggi grazie a questa (che ha trovato nuovi impulsi dalla rassegna veneziana, anche le persone di media cultura sanno che il nostro Rinascimento accanto alle grandi serene creazioni di un Giorgione, di un Tiziano, di un Raffaello annovera pure l'arte commossa, patetica vorrei quasi dire romantica di Lorenzo Lotto.
Il Lotto, nato a Venezia nel 1480 circa, non ha una formazione culturale sicura: vari sono gli influssi, varie le fonti, le esperienze, non rari i momenti di incertezza e non esente da cadute la sua produzione ma frequenti i momenti di commozione ed ispirazione patetica profonda.
Il Veneto, le Marche, Roma e la Lombardia sono i luoghi della sua attività e quelli della sua cultura artistica: Bellini cioè e Melozzo e Raffaello e i pittori lombardi tesi in una ricerca a mezza strada fra il tonalismo veneto ed il plasticismo d'ascendenza mantegnesca, non senza influssi d'oltralpe. È soprattutto in Lombardia che il Lotto si mostra maturo e sicuro creatore. I suoi capolavori sono le pale delle chiese di Bergamo ed i suoi ritratti: nelle prime trionfa una sintesi luministica che è sua personale conquista conclusa in leggerezza ed ariosità vibratile, ricca di pathos comunicativo, nei secoli vive una profonda intensità psicologica, senza ricerca di effetti, senza tentativi di aulica idealizzazione. Il Lotto sente, nel ritrattare, l'uomo nel segreto della sua anima, là dove s'annida trepida la melanconia che non vuole forse apparire ma che egli sa scoprire.
Il Lotto ebbe un senso drammatico dell'esistenza e bene lo espresse in un'altra opera che non vogliamo dimenticare di citare: la grandiosa «Crocefissione» di Monte S. Giusto, tragicamente solenne e rivelatrice di un'anima religiosa.
E nel conforto della religione il pittore volle chiudere i suoi anni, facendosi oblato della Santa Casa di Loreto presso cui morì nel 1556.
Il pubblico ha seguito commosso, nelle belle sale di Palazzo Ducale, lo svolgimento della pittura di questo artista infelice in vita e per tanto tempo dimenticato ed ha saputo cogliere la poesia dei suoi angioli vestiti d'azzurro e di rosa soavissimo, leggeri, vibranti, la poesia dei volti melanconici turbati da segreti pensieri e la poesia delle cose e dei paesaggi rappresentati con sicuro senso ed amore del reale. Gli stranieri che visitano sempre troppo frettolosi le nostre città e che conoscono dell'arte italiana i grandi nomi e le opere segnate con asterisco sulle guide tascabili, avevano alla fine della visita parole di sorpresa e stupefatta ammirazione: erano stati costretti ad un imprevisto indugio per un autore di cui non avevano mai sentito parlare ma che si accorgevano essere degno di tanti nomi di suoi più noti contemporanei.
E fra noi chi lo riteneva un minore, ai margini della scuola veneziana, s'è accorto che è un originalissimo, un poco isolato, solitario artista che tuttavia non mancò di lasciare la sua orma nella seguente pittura, specie in quella lombarda.
La Mostra del Lotto chiude i battenti in questi giorni mentre più pallido il sole si fa sulle acque e sui marmi di Venezia, con l'apparizione dell'autunno: senza tema di sbagliare possiamo asserire che di fronte allo scialbo festival cinematografico ed al mediocre festival di musica contemporanea, essa ha costituito il più grande avvenimento artistico veneziano di quest'anno.
«Gazzetta Padana», 17 ottobre 1953
